Le mani
April 5th, 2008
Nelle arti marziali la mano ha un ruolo chiave. E’ lo strumento dello spirito e il canale dell’energia. E’ un trasmettitore privilegiato del ki e un eccezionale mezzo di controllo. Ma finchè la mano non acquista il potere che le è proprio, dice un testo tibetano, bisogna insegnarle a dare e non a ricevere. Deve essere aperta per dimostrare che in essa non esistano più l’odio e l’avidità. Il pugno chiuso su se stesso deve aprirsi, dice un altro testo sacro, affinchè la sua luce, in forma di raggiuo, lenisca le sofferenze degli uomini.
”Quando un fedele si evolve in purezza morale, le sue mani
diventano poteri trasmettitori di energia spirituale,
perchè le mani sono dotate di chakra attraverso i quali l’energia
superiore dell’anima trova (quando è il momento)
il suo campo di espressione e di servizio”.
Durante alcune iniziazioni del buddhismo esoterico shingon, il maestro si serve della mano per trasmettere certi poteri e stimolare le potenzialità psichiche del nuovo adepto, toccando (nyasa) con le dita alcune zone nervose del corpo.
In Oriente come in Occidente, si pensa che la mano contenga virtualmente tutta la vita passata della persona. E’ un universo in miniatura concepito come si deve, cioè con una doppia polarità. La mano sinistra rappresenta il mondo della forma e dell’effetto (yin), la mano destra quello della causa e del divino (yang). In molti mudra le mani vengono unite affinchè l’uomo realizzi nel suo cuore che materia e spirito non sono diversi l’uno dall’altro, poiche lo spirito non è altro che materia al livello più elevato e la materia non è altro che spirito al livello più basso.
Molto interessante sono i punti dell’agopuntura, capire la relazione trà le dita e gli organi del corpo e anche le corrispondenze celesti della chiromanzia.
Sul piano dell’energia, la mano possiede nel suo palmo un piccolo centro, o turbine, di ki; quando questo chakra diventa normalmente attivo, le dita diventano il canale di cinque flussi di luce.
E’ bene anche sapere che i nervi che terminano nelle dita sono in rapporto con gli organi della vista psichica. Per questo motivo è possibile vedere, sentire un avversario, semplicemente tenendo verso di lui le nostre dita aperte, come antenne. Questo è uno dei significati dei kamaé (guardia) nell’Aikido.
l’estensione del ki attraverso le cinque dita viene enormemente facilitata dalla pratica delle armi lunghe o da un certo modo di concepire l’uso di tali armi.
Nella scuola Katori Shinto Ryu esiste un insegnamento segreto che riguarda questo modo di utilizzare la sciabola. E’ riassunto in questa frase:
”Kate uchi wa go sun toku ari”
In sintesi, la sciabola deve diventare parte integrante del corpo.
Dev’essere un’ estensione del corpo, come la mano o il braccio. Un tale atteggiamento permette di estendere il proprio ki fino alla punta dell’arma e di arrivare a una precisione straordinaria.
Quando si dice estendere il proprio ki, s’ intende anche estendere la propria coscienza. In questo modo diventa possibile sentire con la punta della propria arma come se fosse la punta delle proprie dita.
Ricorderete che il senso del tatto, quando è perfetto, permette di sviluppare il potere di conoscere l’altro. La mano è dunque strettamente connessa al potere umano di conoscere e valutare le cose. Attraverso la conoscienza delle cose, l’uomo acquisisce il discernimento, che è rappresentato dalla spada perchè, come dicono i monaci giapponesi, è essa che trancia trà il vero e il falso. La spada della saggezza (e-ken),dunque, maneggiata da colui che ha ottenuto la bodhi (illuminazione) permette di ottenere la spada della conoscienza (chi-no-ken). Questa spada, tuttavia, sarà senza nessun potere se la mano che la tiene non è l’espressione di un uomo dacciaio e dagli ideali elevati quanto il simbolo del katana nella religione shinto.
Il karatedo ha dato molta importanza all’utilizzo delle mani nella sua strategia. Di taglio, di punta, a pugno chiuso, ecc… : tutti modi di colpire offerti dalla mano, con le forme che può assumere. I maestri , tuttavia, precisano che la mano è soltanto un canale e che resta debole se non è stata scoperta la sorgente del ki.
Vi sono esercizi di mudra che hanno la particolarità di rinforzare considerevolmente il centro del ki all’interno dei palmi delle mani. Uno particolarmentefacile viene eseguito al dojo dopo uno sforzo intenso, quando il sangue è stato intensamente arricchito di ki e ha circolato in tutto il corpo: mettetevi in piedi, con il corpo ben diritto; chiudete gli occhi, le braccia rilassate leggermente staccate da entrambi i lati del corpo; aprite bene le dita, con le palme rivolte in avanti; cocentrate la vostra attenzione su quanto accade nelle vostre dita; sentirete ben presto un pizzicore naturale, una sensazione di leggera vibrazione. Si tratta di una manifestazione dell’energia del ki. Bisogna immaginare o visualizzare subito un raggio di luce arancione che esce dalle dita e continuare questo esercizio il più a lungo possibile.
Un altro esercizio dello stesso genere, che è una prova della realtà del potere della nostra volontà sul ki, consiste nell’eseguire lo stesso esercizio precedente, ma concentrandosi su una mano sola: immaginate che si raffreddi, cercate di sentire il freddo, magari immaginando che sia posta sul ghiaccio. Potete fare lo stesso esercizio mentale cercando di riscaldare la mano.
Questi esercizi sono facilissimi e danno molto spesso degli ottimi risultati. Aiutano a lavorare mentalmente e a utilizzare le risorse interiori (visualizzazione, volontà, concentrazione), oltre ad aprire i canali (nadi) del ki all’interno delle mani. Sono anche degli ottimi esercizi per comprendere in che modo possiamo utilizzare la forza del ki, sia positivamente, sia negativamente, per attrarre o respingere. Così, invece di pensare che la vostra mano si scaldi, pensate che attiri, e presto la vostra mano, all’inizio impercettibilmente, attirerà ciò che si trova alla sua portata. Potete applicare questo pseudo-segreto del budo e realizzare considerevoli progressi nella vostra disciplina.
Bibliografia: La vera forza delle arti marziali (Michel Coquet)
Gli occhi
April 1st, 2008
Nel Budo, gli occhi sono di capitale importanza: grazie a essi valutiamo la natura delle cose che ci circondano. Nella lotta per la vita, l’occhio ha un’importanza relativa perchè non bisogna fidarsi della vista, che può essere un importante fattore di errore e di illusione, come il modo fisico che contempliamo quotidianamente. E’ necessario imparare a vederci chiaro. Ma parliamo un pò dell’occhio.
Sul piano fisico, l’occhio è strettamente connesso con le zone frontali e la ghiandola pituitaria. Sul piano eterico, lahiandola pituitaria è collegata al centro fisico della fronte, che gli yogi indiani chiamano centro ”ajna”. E’ un vortice di energia situato alla radice delle sopracciglia, fra gli occhi. In Oriente questo punto preciso compare sempre nelle statue delle divinità. Il centro ajna è l’organo (invisibile) della personalità integrata e perfetta, della vista intuitiva e del discernimento spirituale. Per il budoka è questo che deve diventare l’organo della vera vista. Spesso si dice che gli occhi sono la finestra dell’anima, ed è così vero che in india esiste una scienza basata unicamente sul potere dell’occhio. Dagli occhi emanano delle forze e delle energie che possono avere un potere reale sugli altri. Questo fatto è stato alla base di quel ramo del combattimento occulto dei ninja chiamato ” taiminjutsu”, che da noi si chiama ipnosi. in un uomo evoluto spiritualmente, l’occhio destro, quando è volontariamente diretto, trasmette l’energia del corpo emozionale, mentre l’occhio sinistro trasmette l’energia della mente analitica. in un simile individuo lo sguardo è debole e non può utilizzare la volontà per influenzare e dirigere un avversario. In un grande esperto, al contrario, l’occhio destro distribuisce l’energia dell’anima e l’occhio sinistro è il canale dell’energia della mente pura e intuitiva. In tal caso il centro ajna diventa l’organo eterico che concentra e dirige tutte queste energie. Questo punto focale di concentrazione funziona allora come un terzo occhio, che trascende quanto la vista fisica ordinaria può percepire.
A un altro livello, e affinchè si possa meditare utilmente sulle reazioni e le funzioni dell’occhio secondo la tradizione orientale, precisiamo che l’occhio sinistro è in relazione con l’aspetto ”intelligenza” (e con il centro eterico della gola), l’occhio destro è in relazione con l’aspetto ”amore” (e con il centro eterico ajna), e il terzo occhio rappresenta l’aspetto ”volontà” o ”potere” in cui si radica l’occhio divino (il centro eterico della testa).
Nel Budo esistono tre modi di utilizzare il potere della vista:
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Il primo modo di utilizzare gli occhi è concreto. Spesso serve prima del combattimento vero e proprio. E’ la fase di osservazione, sempre molto sviluppata negli esperti di arti marziali; comprende l’osservazione topografica e metereologica, l’osservazione della posizione del sole, del numero degli avversari, della natura delle loro armi e del loro comportamento, ecc… . Questo tipo di osservazione è necessario, ma deve essere rapidissimo, quasi istantaneo, e dare il via a tutti i grandi principi della strategia militare. In poche parole, si tratta di guardare bene.
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Il secondo modo di utilizzare la vista non è più guardare, ma vedere senza guardare. Ciò avviene quando la mente ha smesso di essere l’osservatore. Takuan spiega che ” la mente, per essere libera, non deve attaccarsi nè agli occhi, nè all’arma dell’avversario, ma deve essere fluida come l’aria”. In questo tipo di percezione, che soltanto un maestro è capace di attuare, il centro della fronte diventa l’organo della percezione.
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Il terzo modo di percepire nasce dalla sintesi dei primi due. Musashi lo spiega così:
“ Nella strategia è importante vedere gli oggetti lontani come se fossero vicini e guardare da lontano le cose molto vicine. Bisogna vedere la sciabola del nemico e non essere distratti dai movimenti insignificanti della sua sciabola. Dovete studiare questo. Lo sguardo nel duello è lo stesso che per la strategia sul campo di battaglia”.
Musashi precisa che bisogna essere in grado di guardare tutte le parti senza muovere le pupille. Tutte le discipline marziali, dopo lunghi anni di addestramento, permettono di vedere senza guardare. se lo zanshin e buono, il campo visivo aumenta incessantemente e quando il centro ajna è attivo, è possibile vedere dietro di sè senza usare gli occhi. Aquesto livello , però, la vista è piuttosto una forma di percezione intuitiva.
Uno dei primi atteggiamenti che bisogna assumere durante un kata consiste nel dirigere lo sguardo (me-tzuke) nè troppo in alto , nè troppo in basso, badando che non sia nè troppo debole, nè troppo forte. Ciò richiede un vero e proprio distacco interiore dal frutto dell’azione.
Bibliografia: Lo spirito del Budo (Michel Coquet)
Gli Zori
March 26th, 2008
Zori (tipica calzatura giapponese)
Gli zori fanno parte dell’abbigliamento classico di ogni giapponese. Una persona educata disporrà sempre i zori accanto a quelli altrui e nel senso dell’uscita. Un maestro giapponese, di cui non dirò il nome, aveva l’abitudine di accettare o rifiutare i nuovi alievi osservando il loro modo di disporre le calzature,o zori, entrando nel dojo.
Anche questo particolare ha la sua importanza strategica: in caso di pericolo gli zori devono essere pronti per poterli infilare immediatamente. Oggi è più che altro un modo per disciplinare la propria mente rispettando un’ antica regola.
La cintura ”Obi”
March 24th, 2008
La cintura
In giapponese Obi può essere di vari spessori, ma anche in questo caso si può restare stupiti dall’importanza data a un elemento così semplice che, in fondo, serve soltanto a tenere ferma la giacca. Tuttavia questa cintura ha fatto sognare e cadere più di un animo che si riteneva forte.
Essendo quasi fuori moda il miraggio della cintura nera, gli è succeduto quello della cintura bianca e rossa, e ai nostri giorni, come vent’anni fa, assistiamo ancora alla corsa ai Dan. Non sottovalutiamo, quindi, questo accessorio dell’abbigliamento che, nella vita del Budo, ha fatto cadere più di un praticante!
La cintura non deve essere nè troppo stretta nè troppo larga. Permette di prendere coscienza della forza che è in noi e, di conseguenza, di concentrarla meglio nella zona dell’hara. Il ventre è come la cintura: mai troppo teso nè troppo rilassato. Musashi insiste su questo punto quando scrive:
<< La parte inferiore della schiena non deve mai essere prominente, mettere forza tra le ginocchia e la punta delle dita dei piedi, tendere il ventre per non curvare la zona renale. ” Fissare la chiavetta” , cioè appoggiare bene il ventre sulla guaina della sciabola piccola, per non zavorrare la cintura>>*
(*Miyamoto Musashi, Le livre des cinq roues, Maisonneuve et Larose, p. 42.)
Nella Bibbia e nei testi sacri si fa spesso riferimento al fatto di cingersi i fianchi prima di un duro combattimento. E’ un modo per farsi coraggio prima di una grande proca. Molti sacerdoti orientali usavano la cintura nei rituali magici come strumento per separare il cielo dalla terra, isolandosi così dagli impulsi animali durante l’esecuzione di un rito sacro. Il Budo ha ripreso questa idea. La cintura del principiante è bianca, simboleggia l’ignoranza, la purezza del bambino, che è puro perchè non sa, perchè la sua mente è libera da ogni conoscienza intellettuale e umana. Più tardi, quando avrà conosciuto le basi della disciplina, il praticante porterà la cintura nera, simbolo delle conoscienze acquisite. Questa progressione è suddivisa in vari livelli di ”Dan” e, a seconda del tipo di disciplina, il grado di maestro sarà raggiunto al 5° o al 10° Dan. Quando l’esperto sarà diventato un Maestro, allora potrà indossare di nuovo la cintura bianca, simbolo della conoscienza vera, quella che non proviene dalla memoria o dall’intelletto, ma che emana direttamente dall’anima e dal Sè superiore.
Infine, non dimentikiamo che intorno alla vita si trova un importante meridiano del Ki, che si può estendere a piacere in un cerchio di forza magnetica e protrettrice. La cintura messa bene viene a trovarsi proprio su questo canale eterico.
Sta a ciascuno farne l’uso adeguato.
Bibliografia: Lo spirito del Budo (Michel Coquet)
Il Keikogi
March 24th, 2008
Il Keikogi
”Keiko” significa ”allenamento marziale”, ma ha anche un senso filosofico in confronto a ”Renshu”, che è solo allenamento sportivo. L’abito si chiama ”gi” e vale per le differenti discipline: Karate-gi, Judo-gi, ecc.. .
L’abito è un elemento molto utile per mettere un individuo in un altra condizione mentale. Quando ci svestiamo nello spogliatoio, ci togliamoci togliamo dei supporti che ci sono cari e nei quali cerchiamo sicurezza affermando un’identità che il più delle volte imita delle idee lanciate dalla moda, allo scopo di nascondere certe lacune o certe debolezze interiori.
La ”psicologia” del Budo raccomanda di gettare la maschera e di mettere a nudo la propria personalità cosicchè, come in uno specchio, possoamo vederci, con i nostri difetti, i nostri limiti e le nostre possibilità. Indossare il keikogi è un modo per rendersi conto che, sul tatami, le classi sociali scompaiono e tutto ciò che tende a diversificare si annulla. Il carpentiere, il medico, il militare o l’artista sono tutti identici nella loro natura, e nel dojo non vi è distinzione di razza, età o sesso. Tutti sono principianti, tutti hanno la stessa capacità di fare progressi secondo le proprie possibilità, ovvero la stessa opportunità di arrivare a quello che è per loro, a seconda della propria individualità, il punto d’arrivo dell’evoluzione in questa incarnazione. Non importa se alla fine del cammino i risultati non sono identici, perchè nel Budo l’idea madre non è tanto superare il compagno, quanto superare se stessi, e la concorrenza non ha nessuna ragione di esistere. Lo spirito di competizione non può offuscare l’armonia del gruppo, per il semplice motivo che i più forti cercano prima di tutto di aiutare i più deboli.
Il keikogi è di colore bianco (senza nessun tipo di ornamento), a simboleggiare la purezza e la semplicità che il praticante deve possedere. Sarà quindi sempre pulito e curato. Esiste un modo particolare di piegare il proprio keikogi o il proprio hakama: andrebbe imparato perchè è parte integrante del rituale che ha lo scopo di cambiare il nostro modo di essere, nutrendo in cuor nostro quel profondo senso del rispetto e della riconoscienza che spesso precede il vero amore. Lo spirito si accende in noi attraverso diverse qualità come la volontà e l’amore, ma anche con la bellezza, che è l’intelligenza della forma. Alla base della creazione esistono degli archetipi eterici e mentali: ecco perchè stà scritto che ”Dio diede un ordine geometrico” . E’ per ritrovare questa geometria sacra che bisogna fare lo sforzo di essere ordinati (nel saluto e nel lavoro di gruppo), cercare la perfezione del movimento e prestare altrettanta attenzione nel piegare l’abito.
Nello Zen una sola azione armoniosa può provocare l’apertura della coscienza, anche se quest’azione è banale come piegare il proprio keikogi. Naturalmente l’atto non deve essere automatico, ma deve essere eseguito in piena coscienza e con una partecipazione totale del Sè. L’importante e il banale sono concetti mentali, e sorridere davanti a questi consigli significa non essere ancora capaci di vivere elevandosi dalla propria natura inferiore ed umana. Il Maestro diceva spesso che un monaco zen aveva più possibilità di ottenere il ”satori” facendo del lavare i piatti un atto d’amore, che facendo ”za-zen” con la speranza di essere migliore dei suoi fratelli.
Tutto sta nella motivazione, e non nell’azione in sè.
Bibliografia: Lo spirito del Budo (Michel Coquet)
Canti del Cammino
February 26th, 2008
E’ multiforme
e ignora ogni confine,
è Aikido
manifestalo al mondo
Usa il tuo Aiki
e attiva e manifesta
ogni potere:
porta pace itorno a te,
crea un mondo più bello!
Se non vorrai
allacciare te stesso
al Vero Nulla
mai potrai comprendere
il sentiero dell’Aiki
Prodi guerieri!
sorgete all’universo
e con tecniche
vere brillate e al
mondo Aikido mostrate!
Vera Vittoria
è la Vittoria sul sè!
Armonizzati
con le pure tecniche
dell’Aiki
salvezza è dentro di te!
Se tu pratichi
diligente le tecniche,
crederai in quello che
si sviluppa e ti forgia.
Ancora e ancora
pratica le tecniche
con tutto il cuore.
Usa il Solo
per sconfiggere i Molti:
questa è la Via del vero Aikidoka
Il mio nemico
solleva la spada
fronteggiandomi,
ma quano vibra il colpo
già sono dietro a lui.
Non ha bisogno
chi ha trovato la luce
in ogni cosa
di sguainare la spada
incauto e senza causa.
Se padroneggi
le tecniche di Aikido
nessun nemico
mai si vorrà arrischiare
a sfidarti sul campo.
Sembra l’Aikido
un cammono si arduo
da comprendere,
ma è piano e naturale
come Cielo che scorre.
Aikido Team Ravenna:
Bibbliografia l’Essenza dell’Aikido gli insegnamenti spirituali del Maestro (a cura di John Stevens) mediterranee.
In Aikido non ci sono nemici
January 15th, 2008
“Non esiste nemico in Aikido. Vi sbagliate se pensate che il Budò significhi avere avversari e nemici, ed essere forti e sconfiggerli: non ci sono né avversari né nemici nel vero Budò. Il Budò è essere una cosa sola con l’Universo. Colui che ha penetrato il segreto dell’Aikido ha l’Universo in se stesso e può affermare “io sono l’Universo”.
Io non sono mai stato sconfitto, per quanto efficacemente un combattente potesse attaccare. Questo non perché la mia tecnica sia più rapida e potente, non è un fatto di forza o velocità: Il combattimento è finito ancor prima di cominciare. Quando qualcuno cerca di combattere con me, egli deve rompere l’Armonia dell’Universo, perciò nel momento stesso in cui sorge in lui l’idea di lottare, egli è già battuto. Non c’è una misura del tempo veloce o lento: Aikido è non-resistenza, esso è sempre vincitore.
Se il Cuore è aperto e puro, non c’è spazio per il danno… e, al livello più profondo, Amore e Volontà sono una cosa sola.”
Morihei Ueshiba
Federico scrive degli articoli troppo seri..
January 7th, 2008

« Dieci anni fa, gli uomini di un commando specializzato operante in Romagna, vennero condannati ingiustamente da un tribunale militare. Evasi da un carcere di massima sicurezza si rifugiarono a Ravenna vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere e se riuscite a trovarli forse potrete ingaggiare il famoso Aikido Team… »
PA PARAPPAA, PA PA PAPA
PAPAPARA PAPAA, PA PARAPAAA
(…è inutile, siamo molto più simpatici degli altri aikidoka ravennati…)
La Simbologia dell’Aikido
January 6th, 2008
L’Aikido è unico in molteplici sensi. In particolare per ciò che concerne i movimenti del corpo e dei piedi. O’ Sensei paragonava le forme dell’Aikido a simboli geometrici.
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Triangolo: creatività;
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Cerchio: sviluppo illimitato;
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Quadrato: stato di armonia.
In altri termini questi segni simbolizzano:
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Triangolo: postura e posizione dei piedi (Hanmi);
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Cerchio: la natura del movimento (Kokyu);
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Quadrato: unione di movimento ed efficacia della tecnica (Awase).
Se si studia attentamente, il termine Ai Ki Do indica che, nel praticare quest’arte, è data priorità all’armonizzazione del vostro Ki con quello del vostro Partner. Il Ki intangibile si manifesta nella forma di Triangolo, Cerchio, Quadrato, delle quali dovete servirvi per controllare il Ki del vostro partner. Se si riesce a realizzare questo e ci si allena duramente, i progressi in Aikido saranno più veloci.
P.S. Il M° Giorgio Oscari dice sempre: ”..non si stà facendo Aikido se non si è in Hanmi, Kokyu e Awase‘..’ .
Perchè fare Aikido e Chi crede di fare Aikido
December 20th, 2007
L’ Aikido è sempre stato considerato la tecnica di combattimento propria dei gentiluomini. Emerso da un periodo lunghissimo d’oscurità in oriente, secondo la tradizione era noto soltanto ad una ristretta cerchia di persone generalmente di rango elevato. L’arte marziale conosciuta oggi come Aikido appare a prima vista come un metodo altamente dinamico e dalle molteplici possibilità strategiche per difendersi efficacemente da un numero vastissimo di attacchi violenti; ottenuto da una sintesi intelligente ed accurata delle antiche arti del guerriero nipponico, l’aikido è definito come una delle arti marziali giapponesi più misteriose e complesse.
Ad un esame più accurato – “e questo è l’aspetto che colpisce maggiormente le persone che riescono a vedere oltre la dimensione marziale di quest’arte” – l’Aikido si rivela anche come un metodo per rafforzare il corpo e la mente, al fine di sviluppare una personalità equilibrata ed intelligente.
Ma perchè fare Aikido?
“Perchè è unico”. Quasi tutte le altre arti marziali tradizionali, dopo tutto, affermano di essere metodi di autodifesa efficaci e molte di esse possono essere praticate sia da persone giovani sia da quelle anziane. L’Aikido si proclama un’arte di difesa puramente riflessiva, attivata eticamente da un attacco violento, non provocato. Nella sua filosofia quest’arte vuole dunque ottenere la neutralizzazione dell’aggressore senza causare danni irreparabili ed inevitabili, non creando cioè complicazioni ulteriori.
Nella pratica dell’arte si studia l’Hara, il centro addominale dell’uomo, punto di coordinamento mentale e fisico per agire entro e fuori i limiti del tappeto di allenamento, e del Ki, energia centralizzata da impiegare nella reazione ad attacco ingiustificato. Entrambi questi concetti vanno vissuti in senso più ampio in modo da trovare un equilibrio ed una armonia con tutto ciò che ci circonda: cose, persone, animali, tempo e spazio, vivendo l’esistenza nella sua interezza. La pratica dell’Aikido, nelle sue strategie, tattiche, movimenti preparatori e tecniche conclusive di neutralizzazione, si rivela come singolarmente rilassata, priva di tensioni ed irrigidimenti paralizzanti, e come tipicamente circolare, fluida, ampia.
Chi crede di fare Aikido? Tutti coloro che praticano pensando di completare una mancanza “che invece è voluta” di attacchi o colpi violenti, non necessari per chi pratica la vera filosofia di quest’arte. Chiunque non sia capace di relazionarsi con gli altri stili di arti marziali e che vede la propria crescita individuale come un traguardo di potere e comando: “L’Aikido si pratica per migliorare se stessi e per armonizzarsi con gli altri”.
I maestri che vedono nei propri allievi rivalità e sentimento di ribellione. Coloro che praticano una qualsiasi arte marziale come l’Aikido e usano frasi come “Ti aspetto fuori”. Il praticante o Maestro dalla grande padronanza tecnica ma senza carisma che vuole dimostrare la sua forza e non si adegua al livello tecnico del compagno o allievo con cui stà praticando. Il Maestro che impone il rispetto e la disciplina ai propri allievi – rispetto che va guadagnato, gli allievi che scelgono il proprio Maestro – e che vuole impedire all’allievo di vivere le proprie esperienze nel rispetto dell’etica marziale. Chi pratica Aikido e rinnega il proprio Maestro o allievo: le esperienze vissute sono frutto del proprio bagaglio tecnico fisico e spirituale.
Federico Bernardi
Bibliografia: “AIKIDO e la sfera dinamica” edizioni Mediterranee