Lezione a Parma

October 30th, 2008

Mercoledì 29/10/2008, Io ed il mio fido scudiero “Sancio addominaineken Robby”, siamo andati a Parma per praticare Aikido dall’amico M° Sergio Ravazzoni.
L’ospitalità è stata impeccabile (e di questo ringraziamo tutti i ragazzi/e di Parma ed il loro Maestro), ma la cosa che più mi è rimasta nel cuore è la grande passione con cui il M° Sergio insegna e che riesce a diffondere ai suoi allievi, un dojo dove il buon livello tecnico si vede e si tocca praticando con persone dallo spirito sincero, un’ esperienza positiva che ha accresciuto il mio Aikido; spero di poter tornare presto a trovare gli amici di Parma ed il loro M° Sergio.

Sono convinto che raggiunto un certo livello di conoscenza dell’Aikido, siano proprio queste esperienze, incontri o scambi che  permettono di migliorarsi,  mettendosi in gioco e confrontandosi con altre persone di differenti palestre.
Invito tutti coloro che amano l’Aikido a girare per i vari Dojo d’Italia e perchè no del mondo, solo così potrete dire di conoscere veramente l’Aikido.

Si narra che un giorno il Fondatore, durante un ‘intervista, alla domanda cosa fosse l’Aikido, abbia risposto:
“L’Aikido sono io”.
Tale affermazione si presta e si presenta alle più svariate interpretazioni e certamente la più diffusa è quella, di impossibile e improbabile crescita e sviluppo della Via oltre le orme già tracciate dal suo illuminato ideatore.
Spesso, sul “tatami e dintorni”, si possono sentire parole che interpretavano la supposta autoreferenzialità di O’Sensei  come qualcosa di letterale e definitivo, una sorta di necrologio circa la possibile longevità della pratica nell’autenticità.
Morto il Fondatore, morto l’Aikido: quello che lui è stato noi non saremo, nè potremo mai esserlo. Così come spesso accade nei seguaci o discepoli di uomini santi, veggenti o illuminati la comprensione del verbo si apre alle più disparate interpretazioni, spesso assai lontane dall’intima e genuina volontà originariamente contenuta.

L’Aikido sono io

Appare abbastanza comprensibile che seguire il messaggio contenuto in un insegnamento di vita sia al quanto difficile e complesso.
Non si deve cadere nell’errore di pensare di essere un eletto, nè tanto meno di possedere la verità circa il senso profondo del messaggio di O’Sensei .
Bisogna cercare di comprendere meglio quale insegnamento ci abbia voluto lasciare con la pratica dell’Aikidoistica, anche alla luce delle considerazioni dei tanti illustri predecessori e prosecutori amanti ed esperti del Budo.
Sicuramente credo che il Fondatore ci abbia lasciato una pratica che nelle sue intenzioni dovrebbe condurci a delle realizzazioni, l’ultima e più alta, quella di riunirci con l’energia cosmica dell’universo.
“Unirci al tutto”.
Sicuramente se analizziamo il percorso di O’Sensei, non vi è una pratica intesa come somma e ripetizione automatica di forme e tecniche. A testimonianza di ciò stà il percorso stesso da lui perseguito, prima assai formale, infine trascendente la forma.
Che l’Aikido di Ueshiba non sia riducibile a un fatto tecnico e che risulti incomprensibile se non alla luce di un percorso evolutivo dell’essere umano è altresì dimostrato dalla profonda e pervadente religiosità che lo anima.
Al di là del nostro pensiero religioso, abbiamo l’obbligo di mantenere l’attenzione sul valore simbolico e spirituale che il Fondatore ha cercato di trasfondere alla pratica nel suo complesso.
A questo proposito non immagino sia necessario per seguire la Via entrare nella comprensione esoterica dei versi, delle calligrafie e poesie del Fondatore passando anni nell’interpretazione di cosa simboleggi il Pino piuttosto che il Pruno, quanto semplicemente realizzare che gli aspetti spirituali dell’Aikido risiedono, oltre chi nell’azione, in tante parole che accompagnano la pratica e la tradizione filosofica del Budo.

Bibbliografia; sunto tratto da Aikido l’arte della relazione di Giammarco Olivè.

SHIZENTAI

June 6th, 2008

Il corpo è il primo luogo emblematico del nostro atteggiamento e della nostra attitudine verso il mondo.
In giapponese c’è una bellissima espressione “shizentai” che liberamente tradotta significa qualcosa di simile:
“posizione naturale del corpo e dello spirito”. Essa implica l’indissolubilità dell’elemento naturale nell’essere umano di unità tra corpo e spirito.

La verticalità è il segno distintivo dell’essere umano rispetto alla bestia. La prerogativa dell’umanità si contraddistingue nel corpo, prima ancora che attraverso l’intelligenza e la capacità introspettiva, nella spinta alla verticalità.
Il bambino, sviluppa il suo primo segno d’umanità nella capacità di raggiungere la stazione eretta.
La colonna vertebrale è il nostro “axis mundi” , potremmo definirla veramente come il tramite luminoso tra il nostro appoggiarci a terra e il nostro tendere al cielo. Quindi la prima direzione di consapevolezza naturale - shizentai - è la nostra postura nella verticale, attributo del principio originario maschile: la capacità di vederci e immaginarci come alberi dalle radici dinamiche e mobili, la coscienza della distribuzione equilibrata del nostro peso, la sensazione di una piacevole e calma stabilità: tutto è nella quiete.
E’ questo lo stato naturale della mente quando abita il corpo.

Alla verticalità si affianca l’elemento orizzontale - la terra - cioè il luogo fisico dove si esprime la direzionalità, carattere assimilabile al principio originale femminile: l’incontro tra questi due segni energetici opposti risiede nel centro geometrico e baricentrico del nostro corpo, nell’hara, o più semplicemente nel bacino.
Quindi alla consapevolezza della verticalità, del nostro asse luminoso, uniamo l’attenzione all’allineamento del nostro centro con l’obbiettivo fisico della nostra azione.
Questa esperienza di verticalità e tensione verso l’alto la sperimentiamo nella pratica tutte le volte che riusciamo a mantenere l’attenzione sul nostro corpo, come se fosse animato dalla luminosità della colonna vertebrale.
Luminosità che possiamo trasferire nel gesto agito all’esterno seguendo l’asse orizzontale.
La condizione shizentai va recuperata alla e dalla memoria biologica:
è quella condizione di unità (corpo e spirito) che il bambino conserva sin verso i tre anni, quando ancora non ha costituito un primo abbozzo di propria immagine di coscienza. Poi crescendo, va perdendola in cambio di altre acquisizioni; da adulti, uno dei nostri compiti è quello di recuperarla e integrarla.
Lavorare su questi primi aspetti è fondamentale se vogliamo costruire edifici dalle fondamenta solide e stabili, anzi chè un colosso dai piedi d’argilla.
A questo proposito è interessante notare come nella consuetudine dell’odierno insegnamento “tecnico-centrico” sia riscontrabile una grave mancanza: passiamo anni a sperimentare tecniche fini a se stesse, completamente assorbiti da questioni come l’efficacia, evitando erroneamente uno studio più approfondito allo sviluppo di una adeguata consapevolezza della nostra postura shisentai prima e durante l’evolversi dell’azione.

Quello che dobbiamo tenere e recuperare dalla visione originaria e originale della pratica dell’Aikido sono gli strumenti che ci permettono di evolvere, piuttosto che quelli che ci confermano in ciò che già siamo.

Bibliografia: sunto tratto da AIKIDO L’ARTE DELLA RELAZIONE di Gianmarco Olivè

Aikido & Bokken

May 16th, 2008


Dimostrazione di Kenjutsu.

Il lavoro con il Bokken è una parte essensiale dell’allenamento dell’Aikido.
Pochi maestrihanno hanno approfondito con dovizia l’uso di quest’arte.
Morihei Ueshiba infatti ha praticato per diversi anni il Kenjutsu, affiancandolo al Sojutsu (maneggio della lancia) dove eccelleva in modo particolare.
Secondo le parole di Morihei Ueshiba, tanti aikidoka pensano che la pratica del Kenjutsu e dello Jojutsu non siano necessarie; credono che basti quella dell’Aikido e che a partire da un certo livello, quelle conoscenze siano sufficienti per utilizzare bene un Jo o una Katana.
Io credo che lo studio delle armi debba essere insegnato dai primi giorni di pratica di un aikidoka, questo perchè l’utilizzo della katana durante l’allenamento implica una maggiore concentrazione e accresce l’esperienza nella posizione del corpo e nei cambi del peso di appoggio. Inoltre, un compagno che si allena con noi, quando conosce la tecnica che eseguiremo, ha due possibilità: o ci faciliterà il movimento o lo renderà ben più difficile del normale. Così il nostro allenamento non sarà efficace, nè in un caso nè nell’altro. L’allenamento con la Katana cerca l’efficacia nei colpi, focalizzandosi specialmente sulla precisione dei movimenti. E’ pur vero che l’allenamento con un compagno è importante, ma non è sufficiente. Originariamente, i Samurai non cominciarono dalla pratica del Jujutsu, ma da quella del Kenjutsu, che adattarono ai loro bisogni, riuscendo poi a utilizzare le stesse tecniche con la Katana o senza di essa.
E’ indubbio che l’Aikido è ben strutturato e che funziona perfettamente per quanto riguarda l’allenamento di tecniche senza armi, tuttavia, ci sono troppe tecniche il cui allenamento senz’armi le rende poco chiare e più difficili da apprendere, perchè più lontane dal loro senso originale. Un esempio potrebbe essere: Tenendo conto delle differenze, allenare determinate tecniche d’Aikido senz’arma è come praticare la Box facendo soltanto l’allenamento con l’ombra: L’inefficacia è evidente; bisogna allenarsi con sacco e compagno. Nello stesso modo, un Aikidoka ha bisogno di allenare l’Aikiken. All’epoca dei Samurai, la maggior parte delle Arti Marziali prevedevano l’uso delle armi, data la loro maggiore efficacia. La Katana in particolare, era il simbolo dei Samurai; le arti complementari più importanti per i Samurai erano ovviamente il Kenjutsu e lo Iaido. Così il Jujutsu (origine dell’Aikido) fece progredire delle tecniche a mani nude contro avversari armati con Katana.
Con la proibizione della Katana e la scomparsa della classe sociale dei Samurai, le arti a mani nude ebbero un maggiore sviluppo; ma comunque, la loro base continua ad essere quella delle Arti Marziali con Armi, così il praticante d’Aikido, se vuole ben progredire deve allenarsi da subito e con costanza sull’ uso delle armi, più precisamente sullo studio dell’Aikiken e Aikijo.
La Katana è un’arma molto pericolosa, per questo l’Aikido originale era una cosa molto seria, era una questione di “vita o di morte”. Un altro esempio sono le differenze fra il Karate tradizionale, sviluppato per combattere avversari armati, utilizzando a tale fine le tecniche di schivata (Tai Sabaki) ed il Karate odierno, che utilizza, anche troppo, bloccaggi e difese di contatto. Morihei Ueshiba disse che la tecnica principale dell’Aikido è l’atemì (inteso come irimì) e che dobbiamo “ammazzare l’avversario con un solo colpo”.
La tecnica di proiezione è per i corpi morti.
Per questo, l’allenamento fondamentale dell’Aikido con la Katana (Aikiken) è il Kata:
Purtroppo si cade nel pericolo di farlo diventare una cerimonia, un qualcosa di ornamentale che perderà tutta la sua efficacia, dimenticando il fine per il quale fu creato. L’allenamento del Kata deve essere eseguito con lo scopo di allenare tecniche efficaci per il combattimento e non tecniche belle per le dimostrazioni; così, quando pratichiamo un Kata, dobbiamo pensare sempre a situazioni reali e ad “ammazzare o morire”, perchè soltanto così potremmo allenare le tecniche in modo efficace.
Sokaku Takeda fu Maestro di Morihei Ueshiba, eseguiva degli esercizi nei quali si allenava da solo, con un Bokken colpendo in aria. L’ampiezza del suo colpo non superava ì 33 cm, ma nonostante questo, si poteva sentire perfettamente il rumore del movimento che tagliava l’aria. Lui stesso riconobbe che ottenere quest’effetto non era cosa facile. Lo Shio-Biri deve essere eseguito in meno di un secondo.
Per riuscire ad eseguire correttamente quelle due tecniche, dobbiamo aprire il petto ed i fianchi, rilassare le spalle, i gomiti e le ginocchia, ottenendo un buon equilibrio fra la Katana ed il corpo. Tutto deve essere fatto simultaneamente; a questo scopo dobbiamo conoscere bene il nostro corpo e lasciarci condurre dalla Katana. Quando il movimento viene eseguito in modo sbagliato, succede che, oltre al fatto che la tecnica si limita a colpire e dunque non taglia, il nostro polso rimane indolenzito e la nostra schiena contratta. Invece, quando la tecnica viene eseguita correttamente, si rinforzano i fianchi, la schiena si rilassa ed il movimento nasce da un insieme organizzato, formato dalle diverse parti del corpo guidate dall’Hara.
Questo fa in modo che il movimento originato abbia una grande armonia fra la dolcezza e la potenza. Nella misura in cui lo si allena, il movimento diventa più naturale e la Katana acquista una vita propria e conduce il nostro corpo, guidandolo verso la perfezione. Quando ci si riesce, si raggiunge quasi uno stato di Satori.
All’epoca dei Samurai, i praticanti che ci riuscivano, spesso pensavano che uno spirito fosse sceso su di loro, oppure che fossero stati aiutati da un Tembu.

Bibliografia, sunto di intervista tratto dal libro: Aikido l’eredità di Ueschiba.

La risposta a queste domande, e ad altre simili, è qualcosa che ognuno deve provare a trovare da sè, tentando di cercare nei messaggi dei maestri che ci hanno preceduto, l’orientazione e le indicazioni che ci hanno lasciato nel cammino da loro percorso. Questi segni sono permanentemente alla nostra portata in molti luoghi, in tanti testi, ripetuti da molti maestri; bisogna soltanto riconiscerli e perchè questo ci riesca, occorre una determinata apertura di spirito e soprattutto sapere sentire e vedere.
“Brevi frasi scelte sono le seguenti”:

“intervista a Yamada Yoshimitsu.”
Ogni Shihan o istruttore di alto livello ha il proprio stile individuale e le proprie sfumature, basate su un’ interpretazione personale dell’Aikido. E l’alievo scieglie lo stile con cui si identifica meglio.
Personalmente non ho mai voluto creare un mio stile.
E’ per questo che insegno sempre e soltanto i fondamentali. Questo è sicuramente positivo per i miei alievi , che dopo un periodo di allenamento sono in grado di ricevere l’insegnamento da parte dei diversi shihan indistintamente. E’ un modo per assimilare qualsiasi tipo di tecnica che viene insegnata in un qualunque seminario.

“Lo spirito dell’Aikido” (da Kisshomaru Ueshiba. Edizione Eyràs)
La principale caratteristica delle Arti Marziali è l’allenamento dello spirito. Se una persona che non ha autodisciplina vuole vantarsi della sua destrezza fisica e pretende di imparare Aikido soltanto per la sua tecnica di combattimento , gli viene chiesto di smettere.
Se non torniamo all’insegnamento originale del fondatore e non chiariamo il significato essenziale dell’Aikido come argomento fondamentale dello spirito, sorgeranno seri problemi.

“La Voie des Dieux” (Itsuo Tsuda. Le courrier du livre)
Il Maestro Ueshiba non smetteva di ripetere che l’Aikido non è uno sport, né un’arte di combattimento. 
Il Maestro Ueshiba riconosceva la differenza tra Haku-no-Budo o Arti Marziali spinte dal desiderio fisico e Kon-no-Budo, ovvero Arti Marziali dell’anima. A quest’ultimo gruppo appartiene l’Aikido.

“Budo”(Morihei Ueshiba. Edizione Eyràs)
Il Budo è una via divina, stabilita dagli dei, che porta alla verità, alla bontà ed alla bellezza; è un cammino spirituale che rispecchia la natura illimitata ed assoluta dell’universo.
Cambiate la vostra percezione attuale e il vostro modo di guardare come agisce l’universo; trasformate le tecniche marziali in un veicolo di purezza, di bontà e di bellezza, raggiungete la maestria in esso.

Bibliografia Tratta da un articolo di Budo.

Le mani

April 5th, 2008

Nelle arti marziali la mano ha un ruolo chiave. E’ lo strumento dello spirito e il canale dell’energia. E’ un trasmettitore privilegiato del ki e un eccezionale mezzo di controllo. Ma finchè la mano non acquista il potere che le è proprio, dice un testo tibetano, bisogna insegnarle a dare e non a ricevere. Deve essere aperta per dimostrare che in essa non esistano più l’odio e l’avidità. Il pugno chiuso su se stesso deve aprirsi, dice un altro testo sacro, affinchè la sua luce, in forma di raggiuo, lenisca le sofferenze degli uomini.

”Quando un fedele si evolve in purezza morale, le sue mani
diventano poteri trasmettitori di energia spirituale,
perchè le mani sono dotate di chakra attraverso i quali l’energia
superiore dell’anima trova (quando è il momento)
il suo campo di espressione e di servizio”.

Durante alcune iniziazioni del buddhismo esoterico shingon, il maestro si serve della mano per trasmettere certi poteri e stimolare le potenzialità psichiche del nuovo adepto, toccando (nyasa) con le dita alcune zone nervose del corpo.
In Oriente come in Occidente, si pensa che la mano contenga virtualmente tutta la vita passata della persona. E’ un universo in miniatura concepito come si deve, cioè con una doppia polarità. La mano sinistra rappresenta il mondo della forma e dell’effetto (yin), la mano destra quello  della causa e del divino (yang). In molti mudra le mani vengono unite affinchè l’uomo realizzi nel suo cuore che materia e spirito non sono diversi l’uno dall’altro, poiche lo spirito non è altro che materia al livello più elevato e la materia non è altro che spirito al livello più basso.
Molto interessante sono i punti dell’agopuntura, capire la relazione trà le dita e gli organi del corpo e anche le corrispondenze celesti della chiromanzia.
Sul piano dell’energia, la mano possiede nel suo palmo un piccolo centro, o turbine, di ki; quando questo chakra diventa normalmente attivo, le dita diventano il canale di cinque flussi di luce.
E’ bene anche sapere che i nervi che terminano nelle dita sono in rapporto con gli organi della vista psichica. Per questo motivo è possibile vedere, sentire un avversario, semplicemente tenendo verso di lui le nostre dita aperte, come antenne. Questo è uno dei significati dei kamaé (guardia) nell’Aikido.
l’estensione del ki attraverso le cinque dita viene enormemente facilitata dalla pratica delle armi lunghe o da un certo modo di concepire l’uso di tali armi.
Nella scuola Katori Shinto Ryu esiste un insegnamento segreto che riguarda questo modo di utilizzare la sciabola. E’ riassunto in questa frase:

”Kate uchi wa go sun toku ari”

In sintesi, la sciabola deve diventare parte integrante del corpo.
Dev’essere un’ estensione del corpo, come la mano o il braccio. Un tale atteggiamento permette di estendere il proprio ki fino alla punta dell’arma e di arrivare a una precisione straordinaria.
Quando si dice estendere il proprio ki, s’ intende anche estendere la propria coscienza. In questo modo diventa possibile sentire con la punta della propria arma come se fosse la punta delle proprie dita.
Ricorderete che il senso del tatto, quando è perfetto, permette di sviluppare il potere di conoscere l’altro. La mano è dunque strettamente connessa al potere umano di conoscere e valutare le cose. Attraverso la conoscienza delle cose, l’uomo acquisisce il discernimento, che è rappresentato dalla spada perchè, come dicono i monaci giapponesi, è essa che trancia trà il vero e il falso. La spada della saggezza (e-ken),dunque, maneggiata da colui che ha ottenuto la bodhi (illuminazione) permette di ottenere la spada della conoscienza (chi-no-ken). Questa spada, tuttavia, sarà senza nessun potere se la mano che la tiene non è l’espressione di un uomo dacciaio e dagli ideali elevati quanto il simbolo del katana nella religione shinto.
Il karatedo ha dato molta importanza all’utilizzo delle mani nella sua strategia. Di taglio, di punta, a pugno chiuso, ecc… : tutti modi di colpire offerti dalla mano, con le forme che può assumere. I maestri , tuttavia, precisano che la mano è soltanto un canale e che resta debole se non è stata scoperta la sorgente del ki.
Vi sono esercizi di mudra che hanno la particolarità di rinforzare considerevolmente il centro del ki all’interno dei palmi delle mani. Uno particolarmentefacile viene eseguito al dojo dopo uno sforzo intenso, quando il sangue è stato intensamente arricchito di ki e ha circolato in tutto il corpo: mettetevi in piedi, con il corpo ben diritto; chiudete gli occhi, le braccia rilassate leggermente staccate da entrambi i lati del corpo; aprite bene le dita, con le palme rivolte in avanti; cocentrate la vostra attenzione su quanto accade nelle vostre dita; sentirete ben presto un pizzicore naturale, una sensazione di leggera vibrazione. Si tratta di una manifestazione dell’energia del ki. Bisogna immaginare o visualizzare subito un raggio di luce arancione che esce dalle dita e continuare questo esercizio il più a lungo possibile.
Un altro esercizio dello stesso genere, che è una prova della realtà del potere della nostra volontà sul ki, consiste nell’eseguire lo stesso esercizio precedente, ma concentrandosi su una mano sola: immaginate che si raffreddi, cercate di sentire il freddo, magari immaginando che sia posta sul ghiaccio. Potete fare lo stesso esercizio mentale cercando di riscaldare la mano.
Questi esercizi sono facilissimi e danno molto spesso degli ottimi risultati. Aiutano a lavorare mentalmente e a utilizzare le risorse interiori (visualizzazione, volontà, concentrazione), oltre ad aprire i canali (nadi) del ki all’interno delle mani. Sono anche degli ottimi esercizi per comprendere in che modo possiamo utilizzare la forza del ki, sia positivamente, sia negativamente, per attrarre o respingere. Così, invece di pensare che la vostra mano si scaldi, pensate che attiri, e presto la vostra mano, all’inizio impercettibilmente, attirerà ciò che si trova alla sua portata. Potete applicare questo pseudo-segreto del budo e realizzare considerevoli progressi nella vostra disciplina.

 

Bibliografia: La vera forza delle arti marziali (Michel Coquet)

Qualche giorno fa’, su queste pagine sono state pubblicate parole irrispettose e fuori luogo, specialmente se decontestualizzate dalla loro origine.
Questo post ha la pretesa di chiedere scusa a tutti coloro che sono stati coinvolti in questo errore che vogliamo riconoscere nella sua interezza e di cui vogliamo indicarci come pienamente responsabili.

Abbiamo deciso di esporre questi chiarimenti in modo pubblico, così come pubblicamente abbiamo commesso i nostri errori, in modo da togliere ogni dubbio e sottolineare la totale assenza di intenzione di offendere qualunque persona si fosse sentita coinvolta. Abbiamo meditato a lungo e molto profondamente su quanto accaduto e abbiamo deciso di esporre chiaramente i fatti per come sono avvenuti per poterne sottolineare le responsabilità e per poter così agire, in futuro, in direzione corretta senza rischiare di commettere ancora errori di questo tipo.

L’accaduto

Qualche giorno fa è stato scritto un post da Giovanni Gardini con l’intento celebrare in modo divertente il passaggio di grado del proprio maestro Federico Bernardi. La narrazione comica riprende, con opportune variazioni, una celebre scena di un film italiano degli anni ‘80, “Il secondo, tragico, Fantozzi”, nel quale il malcapitato protagonista si reca al casinò, in ruolo di portafortuna, al seguito di uno dei capi della Megaditta in cui lavora, il duca Conte Semenzara, di cui è un sottoposto.

Giovanni Gardini intende scusarsi poichè si è reso conto che purtroppo il reale messaggio del suo post sarebbe stato accessibile nel suo senso originale solamente a coloro che avevano ricordo del film. E’ decisamente vero che chi non avesse associato il testo al film avrebbe potuto fraintendere le intenzioni iniziali ed offendersi. Chiede dunque ufficialmente scusa al Maestro Giorgio Oscari per essere stato irriverente e leggero nei suoi confronti e spera che vi sia comprensione a seguito di queste motivazioni.

Le responsabilità correlate

Un altro autore di questo blog, Luca Sartoni, che sin ora ha svolto il ruolo di coordinatore e responsabile della promozione ha effettivamente letto quanto scritto da Giovanni e pur ritenendolo fuori luogo non ha dato la giusta importanza a quanto veniva riportato. Avrebbe dovuto, invece, mettere immediatamente lo scritto fuori dalla portata del pubblico e verificarne più accuratamente l’idoneità alla pubblicazione, alla luce del contenuto che poteva risultare molto sconveniente. Di questa mancanza si rende perfettamente conto e si assume completa responsabilità.

Il ruolo di Federico

Federico Bernardi, in qualità di Responsabile del Dojo e in qualità di guida nella pratica dell’arte avrebbe dovuto istruire in modo più ligio i propri collaboratori riguardo ai contenuti leciti e illeciti pubblicabili su questo blog. Non è stata delineata una politica di pubblicazione condivisa e chiara, nei mesi sin ora trascorsi, e di questa mancanza si sente pienamente responsabile. Per questo motivo intende pubblicamente chiedere scusa a coloro che si sono sentiti offesi e in special modo al M° Giorgio Oscari che si è trovato coinvolto in un racconto di fantasia piuttosto grottesco e assolutamente fuori luogo.

Concludendo

L’intero staff di autori di questo blog sono sinceramenti dispiaciuti per l’accaduto e desiderano scusarsi profondamente con coloro che si sono sentiti vessati e offesi da quanto accaduto. Questo genere di leggerezze non saranno più compiute e grande attenzione verrà posta nella scelta della linea editoriale di questo blog, che comunque non si tratta di una voce ufficiale ma di uno spazio aperto e condiviso sia per affrontare temi inerenti all’arte che con grande passione stanno praticando, sia per tutte le questioni di vita informale che li coinvolge come gruppo affiatato di amici sinceri.
Nella speranza di aver chiarito una situazione molto spiacevole, salutiamo i nostri visitatori.

Federico, Giovanni e Luca.

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Indovinate chi è la ”Pecora Nera” dell’ Aikido Team.
Difficile vero?
Allora un piccolo aiutino.
E’ quella senza l’orecchino giallo.

La Vita Secondo i Samurai

March 2nd, 2008

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  • Rimproverare gli altri e coreggere le loro parole è importante tenendo presente che  si devono trovare il modo e il momento adatti.
    Criticare bene è estremamente difficile.
  • Sbadigliare in pubblico è irrispettoso; lo stesso vale per lo starnuto. Se non presti attenzione a tali cose farai ridicola figura.
  • E’ più che mai importante, quando un amico è incorso nella sfortuna, andarlo a trovare e portargli ciò di cui ha bisogno.
  • Un samurai che si scoraggia nell’avversa fortuna non serve a nulla.
  • L’amore supremo è l’amore segreto. Una volta svelato l’amore sminuisce.
  • Si abbiano sempre a portata di mano cipria e belletto. Può capitare di alzarsi con un terribile mal di testa e di aver brutto colorito.
  • E’ perchè non si bada a tante piccole mancanze e non si dà ascolto a tutte le lamentele che le persone di servizio possono vivere tranquillamente.

Aikido Team Ravenna