Riflessioni e chiarimenti
December 12th, 2008
Sono stato accusato di scrivere su questo blog, diversi articoli traendo fonte da dei libri e di poi non mettere in atto nemmeno la metà di quello che vi è scritto.
Si, questo blog contiene di questi articoli e non mi vergogno di dire che molte di quelle cose scritte siano difficili da mettere in pratica, forse alcune impossibili qui da noi in Europa. Ma questo fa parte della nostra cultura che è differente da quella giapponese, però questo non ci deve portare a non conoscere o studiare ciò che ci attrae.
Mi è stato insegnato che per poter apprezzare, amare, conoscere e soprattutto trasmettere con passione alle persone quello che si vuole insegnare, bisogna prima cercare di comprendere la cultura, la filosofia e il percorso che questa cosa o in questo caso arte ha avuto.
Prima di sputare sentenze su tutti, credete di essere meglio di tutti coloro che andate costantemente a giudicare?
A volte è bene fermarsi a riflettere da soli senza nessuno che ci condizioni, in modo da non diventare la macchietta di se stessi.
Museo Stibbert - Firenze
November 11th, 2008
Museo Stibbert
via Frederick Stibbert 26
50134 Firenze
Il Museo Stibbert di Firenze contiene la più grande collezione di armeria giapponese esistente fuori dal Giappone e conta materiale che va dal periodo Momoyama (1573-1599) al periodo Edo (1600-1867). L’ammirabile collezione coincide con il periodo, seconda metà del XIX secolo, nel quale il Giappone riscoprì il commercio e lo scambio culturale e nel quale ebbe termine, in modo cruento, il dominio della casta guerriera. Periodo di mutamenti, offrì ai collezionisti di tutto il mondo magnifiche opportunità per acquisire opere di immenso valore.
Il Museo deve la sua esistenza ad un uomo straordinario, Frederick Stibbert (1838-1906), di padre inglese e madre italiana, nato a Firenze ma educato in Inghilterra.
Le tre sale che ospitano l’armeria giapponese erano in origine pensate per accogliere materiali medievali europei, ma già intorno al 1880 Stibbert iniziò ad interessarsi agli armamenti dell’estremo oriente, in concomitanza con la riapertura del Giappone ai mercati esterni dopo il 1868.
La raccolta conta circa 95 armature complete, 200 elmi, 285 tra spade corte e lunghe ed armi in asta, 880 tsuba (i guardamano delle sciabole ) oltre ad accessori tutti di grande qualità e fattura.
Il sistema feudalizio per secoli aveva costretto il Giappone ad una chiusura verso gli altri stati, impedendo di fatto la possibilità di scambi, non solo economici ma anche culturali. Caduto questo, il Giappone vide letteralmente “traboccare” dai propri confini tutto quanto era stato per così lungo tempo gelosamente custodito e mantenuto come propria eredità perpetuata nel tempo. Questo in quanto notevoli riforme, come l’abolizione del sistema feudale (1871) o l’abolizione della casta dei samurai (1877) in seguito alla rivolta degli stessi soppressa nella battaglia di Kagoshima, furono rese necessarie per ritornare al passo con i paesi occidentali. Si crearono così gravi scompensi all’interno del paese, che non era pronto ad un taglio così netto con il passato. Conseguente alla loro destituzione è la necessità, per i feudatari, di procurarsi un reddito. Ciò costituì la premessa al fiorire della vendita d’oggetti e manufatti giapponesi in tutto l’Occidente, in cambio di materiali e manufatti occidentali necessari per la crescita economica.
In un quadro storico, così intenso e vivace per un paese estraneo agli avvenimenti mondiali da molti secoli, si inserì l’inizio della storia del collezionista Stibbert che diede vita, di lì a poco, ad una vera e propria “collezione giapponese” in terra italiana. L’interesse dello Stibbert per l’arte e la cultura nipponica non si limitava solo alle opere più rinomate e preziose quali armature, spade o statue, annoverate anche in patria come tesori. In questo, la sua ammirazione, eccedeva il comune senso del “bello” e si diramava nella cultura propria, sino ad approdare all’acquisto di oggetti d’uso comune curati nei dettagli e ornati da sapienti mani con lavoro artigianale.
La Battaglia
June 25th, 2008
“L’Aikido sono io” ovvero “Essere Aikido”
June 20th, 2008
Si narra che un giorno il Fondatore, durante un ‘intervista, alla domanda cosa fosse l’Aikido, abbia risposto:
“L’Aikido sono io”.
Tale affermazione si presta e si presenta alle più svariate interpretazioni e certamente la più diffusa è quella, di impossibile e improbabile crescita e sviluppo della Via oltre le orme già tracciate dal suo illuminato ideatore.
Spesso, sul “tatami e dintorni”, si possono sentire parole che interpretavano la supposta autoreferenzialità di O’Sensei come qualcosa di letterale e definitivo, una sorta di necrologio circa la possibile longevità della pratica nell’autenticità.
Morto il Fondatore, morto l’Aikido: quello che lui è stato noi non saremo, nè potremo mai esserlo. Così come spesso accade nei seguaci o discepoli di uomini santi, veggenti o illuminati la comprensione del verbo si apre alle più disparate interpretazioni, spesso assai lontane dall’intima e genuina volontà originariamente contenuta.
L’Aikido sono io
Appare abbastanza comprensibile che seguire il messaggio contenuto in un insegnamento di vita sia al quanto difficile e complesso.
Non si deve cadere nell’errore di pensare di essere un eletto, nè tanto meno di possedere la verità circa il senso profondo del messaggio di O’Sensei .
Bisogna cercare di comprendere meglio quale insegnamento ci abbia voluto lasciare con la pratica dell’Aikidoistica, anche alla luce delle considerazioni dei tanti illustri predecessori e prosecutori amanti ed esperti del Budo.
Sicuramente credo che il Fondatore ci abbia lasciato una pratica che nelle sue intenzioni dovrebbe condurci a delle realizzazioni, l’ultima e più alta, quella di riunirci con l’energia cosmica dell’universo.
“Unirci al tutto”.
Sicuramente se analizziamo il percorso di O’Sensei, non vi è una pratica intesa come somma e ripetizione automatica di forme e tecniche. A testimonianza di ciò stà il percorso stesso da lui perseguito, prima assai formale, infine trascendente la forma.
Che l’Aikido di Ueshiba non sia riducibile a un fatto tecnico e che risulti incomprensibile se non alla luce di un percorso evolutivo dell’essere umano è altresì dimostrato dalla profonda e pervadente religiosità che lo anima.
Al di là del nostro pensiero religioso, abbiamo l’obbligo di mantenere l’attenzione sul valore simbolico e spirituale che il Fondatore ha cercato di trasfondere alla pratica nel suo complesso.
A questo proposito non immagino sia necessario per seguire la Via entrare nella comprensione esoterica dei versi, delle calligrafie e poesie del Fondatore passando anni nell’interpretazione di cosa simboleggi il Pino piuttosto che il Pruno, quanto semplicemente realizzare che gli aspetti spirituali dell’Aikido risiedono, oltre chi nell’azione, in tante parole che accompagnano la pratica e la tradizione filosofica del Budo.
Bibbliografia; sunto tratto da Aikido l’arte della relazione di Giammarco Olivè.
Bushido
June 19th, 2008
- Non ho genitori: cielo e terra sono i miei genitori
- Non ho potere divino: La lealtà è il mio potere
- Non ho mezzi: l’obbiettivo è il mio mezzo
- Non ho potere magico: la forza interiore è la mia magia
- Non ho ne vita ne morte: l’eterno è la mia vita e la mia morte
- Non ho corpo: la forza è il mio corpo
- Non ho occhi: i miei occhi sono la luce del lampo
- Non ho orecchie: le mie orecchie sono la mia sensibilità
- Non ho membra: le mie membra sono la prontezza
- Non ho progetti: i miei progetti sono l’occasione
- Non ho miracoli: i miei miracoli sono la legge universale
- Non ho principi: i miei principi sono l’adattamento
- Non ho amici: i miei amici sono il mio spirito
- Non ho nemici: i miei nemici sono l’imprudenza
- Non ho corazza: buona volontà e rettitudine sono la mia corazza
- Non ho castello: lo spirito impassibile è il mio castello
- Non ho katana: il sonno dello spirito è la mia katana
BUDO classico e BUSHIDO
June 9th, 2008
Budo classico
- Il Budo non deve essere inteso come strumento di attacco o per sviluppare la forza fisica e muscolare.
- Il ruolo del Budo è pacifico in quanto coltiva la pace e il benessere fisico e spirituale e mira alla creazione di un ambiente sociale che riesca ad eliminare tutti quegli elementi che possoni portare ad un conflitto.
- L’efficienza marziale del Budo si fonda sulla pratica dei principi della medicina orientale attraverso i quali una persona di qualsiasi età, sesso e forza può riuscire a preservare il proprio benessere.
- Le tecniche del Budo consistono nell’applicazione di tre movimenti base del corpo:
perpendicolare, circolare, curvilineo e tutte le loro combinazioni e varianti. - Il punto più importante del Budo consiste nell’antica arte tradizionale dei punti sensibili attraverso i quali si può far perdere coscienza ad un avversario o paralizzarlo agendo direttamente sugli organi interni.
- Il Budo originale usa solo le potenzialità dell’uomo (unione corpo, mente, spirito) e non comprende attrezzi.
- Il Budo in quanto tecnica di difesa, ha come scopo l’annullamento dell’attacco.
- Il Budoka non usa mai le proprie tecniche per iniziare un attacco. Ognuno sarà il Maestro di se stesso nel perfezionamento delle pratiche la cui strada viene solamente tracciata dal Maestro.
Bushido
Con il termine “Bushido” che vuol dire “via del gueriero” (Bushi=gueriero e Do=via), si intende un codice comportamentale che i samurai si dettero per disciplinare la loro casta. Questo codice venne messo per iscritto da Tsuramoto Tashiro che raccolse le regole del monaco-samurai Yamamoto Tsunemoto (1659-1719) nel famoso testo Hagakure che significa “all’ombra delle foglie”. Nel Bushido si trovano elementi confuciani, zenisti, scintoisti; Inazo Nitobe scrivendo il suo Bushido nel 1900 ne classifica di due tipi: un Bushido confuciano e uno gueriero. La formazione del samurai ideale fu il risultato di varie componenti, religiose, filosofiche, sociali, che interagirono determinandone le regole da seguire. Sarà proprio il Buddismo zen a rendere lo spirito del samurai forte come la spada. Il Samurai doveva dimostrare impassibilità e autocontrollo in tutte le circostanze e per questo si allenava per anni. Grazie allo zen il Samurai imparava ad avere padronanza assoluta di se stesso in qualsiasi situazione; lo zen insegnava molte altre cose al Samurai, come la magnanimità verso i deboli, i vinti, scrivere poesie o semplicemente ritirarsi a bere del the (cha).
Dall’Hagakure: “un soldato dovrebbe seguire internamente la via della carità ed esternamente quella del coraggio; quindi il monaco imparare dal soldato il coraggio e il soldato imparare dal monaco la carità”.
Il Samurai deve possedere:
- Senso del dovere (Giri)
- Risolutezza (Shiki)
- Generosità (Ansha)
- Fermezza d’animo (Fudo)
- Magnanimità (Doryo)
- Umanità (Ninyo).
Bu Jutsu
June 9th, 2008
Nella lunga storia dell’arte giapponese della guerra esistono moltissime e diverse forme, metodi, armi, ognuno dei quali costituisce una particolarità specifica. Ogni specializzazione va detta Jutsu cioè “Arte” o “Tecnica” che indica il modo particolare in cui vengono compiute certe azioni. Spesso una specializzazione veniva identificata con il nome dell’arma usata dai praticanti oppure dal modo particolate di usare un’ arma (Kenjutsu, Jojutsu, Aikijutsu, ecc..).
Le specializzazioni dell’ arte marziale giapponese sono state perfezionate durante il periodo feudale dalla storia giapponese; tale periodo comprende circa nove secoli (dalla fine del IX all’inizio del X secolo fino alla restaurazione Meiji quando l’età feudale fu proclamata ufficialmente chiusa).
BU JUTSU E BUI JUTSU - ARTE MEDICA DEL GUERIERO
Il termine Bu-jutsu raggruppa tutte le tecniche e le conoscenze che un samurai doveva possedere per riuscire ad assolvere i propri compiti sociali, morali, politici e amministrativi. Il termine è legato soprattutto agli aspetti tecnici, pratici e strategici di tali arti (se fosse inteso come fine educativo o etico diventerebbe Do - la Via). Il Bu-I-Jutsu (Igaku significa medicina) comprendeva i principi e le pratiche per ottenere il benessere personale inteso come equilibrio corpo-mente-spirito. Infatti il Bui-Jutsu esercita e mantiene con costanza lo spirito, il corpo attraverso l’allenamento del movimento fisiologico del fisico in quanto quest’ultimo rappresenta uno specchio del nostro spirito. Le tecniche che comprendono la pratica del “BUIDO” si muovono sui meridiani energetici che attraverso il corpo (Keiraku) e, sia quamdo viene usato a fine terapeutico sia per la difesa marziale, producono un effetto benefico.
Lo studio di ciascun arte comprende l’apprendimento del panorama storico, lo studio dei suoi fattori caratteristici, la filosofia usata per affrontare il combattimento, ecc… .
Tali fattori sono divisi in due categorie:
- Fattori esterni (tecniche di combattimento, ecc..)
- Fattori interni (controllo del KI, ecc..)
Bibliografia da uno scritto, tratto da libri diversi, a cura del Dott. Pavani Giuseppe.
SHIZENTAI
June 6th, 2008
Il corpo è il primo luogo emblematico del nostro atteggiamento e della nostra attitudine verso il mondo.
In giapponese c’è una bellissima espressione “shizentai” che liberamente tradotta significa qualcosa di simile:
“posizione naturale del corpo e dello spirito”. Essa implica l’indissolubilità dell’elemento naturale nell’essere umano di unità tra corpo e spirito.
La verticalità è il segno distintivo dell’essere umano rispetto alla bestia. La prerogativa dell’umanità si contraddistingue nel corpo, prima ancora che attraverso l’intelligenza e la capacità introspettiva, nella spinta alla verticalità.
Il bambino, sviluppa il suo primo segno d’umanità nella capacità di raggiungere la stazione eretta.
La colonna vertebrale è il nostro “axis mundi” , potremmo definirla veramente come il tramite luminoso tra il nostro appoggiarci a terra e il nostro tendere al cielo. Quindi la prima direzione di consapevolezza naturale - shizentai - è la nostra postura nella verticale, attributo del principio originario maschile: la capacità di vederci e immaginarci come alberi dalle radici dinamiche e mobili, la coscienza della distribuzione equilibrata del nostro peso, la sensazione di una piacevole e calma stabilità: tutto è nella quiete.
E’ questo lo stato naturale della mente quando abita il corpo.
Alla verticalità si affianca l’elemento orizzontale - la terra - cioè il luogo fisico dove si esprime la direzionalità, carattere assimilabile al principio originale femminile: l’incontro tra questi due segni energetici opposti risiede nel centro geometrico e baricentrico del nostro corpo, nell’hara, o più semplicemente nel bacino.
Quindi alla consapevolezza della verticalità, del nostro asse luminoso, uniamo l’attenzione all’allineamento del nostro centro con l’obbiettivo fisico della nostra azione.
Questa esperienza di verticalità e tensione verso l’alto la sperimentiamo nella pratica tutte le volte che riusciamo a mantenere l’attenzione sul nostro corpo, come se fosse animato dalla luminosità della colonna vertebrale.
Luminosità che possiamo trasferire nel gesto agito all’esterno seguendo l’asse orizzontale.
La condizione shizentai va recuperata alla e dalla memoria biologica:
è quella condizione di unità (corpo e spirito) che il bambino conserva sin verso i tre anni, quando ancora non ha costituito un primo abbozzo di propria immagine di coscienza. Poi crescendo, va perdendola in cambio di altre acquisizioni; da adulti, uno dei nostri compiti è quello di recuperarla e integrarla.
Lavorare su questi primi aspetti è fondamentale se vogliamo costruire edifici dalle fondamenta solide e stabili, anzi chè un colosso dai piedi d’argilla.
A questo proposito è interessante notare come nella consuetudine dell’odierno insegnamento “tecnico-centrico” sia riscontrabile una grave mancanza: passiamo anni a sperimentare tecniche fini a se stesse, completamente assorbiti da questioni come l’efficacia, evitando erroneamente uno studio più approfondito allo sviluppo di una adeguata consapevolezza della nostra postura shisentai prima e durante l’evolversi dell’azione.
Quello che dobbiamo tenere e recuperare dalla visione originaria e originale della pratica dell’Aikido sono gli strumenti che ci permettono di evolvere, piuttosto che quelli che ci confermano in ciò che già siamo.
Bibliografia: sunto tratto da AIKIDO L’ARTE DELLA RELAZIONE di Gianmarco Olivè
Il DOJO e la sua etichetta
May 29th, 2008
Kamon cenni storici
May 22nd, 2008
Le origini risalgono al periodo Asuka (603) quando l’imperatore Suiko utilizzò queste immagini sulla propria bandiera. Nel periodo Heian (794-1191) altri nobili utilizzarono i Kamon sulle proprie corazze. Nel periodo Kamakura (1192-1335) fino al periodo Edo (1630-1867), i Samurai posero il proprio simbolo nella bandiera e nell’armatura, per distinguere la propria famiglia dalle altre. Nel periodo Edo inoltre questi simboli comparvero prima sui Kimono di nobili e Samurai, poiin quelli della gente comune riservati alle occasioni formali.
Attualmente il Kamon ha perso molto significato, in quanto le origini e la storia delle varie famiglie sono state perse. Solo alcuni difendono la tradizione e conservano i Kamon ereditati dai loro predecessori.
Ci sono migliaia di Kamon che vengono ragruppati in 7 gruppi: piante, animali, natura, architettura, disegno, lettere. I più popolari sono 10, 9 derivano dal gruppo delle piante e uno dal gruppo degli animali (quì sopra citati).
Gli stemmi possono essere cinque ( uno al centro della schiena tra le scapole, due sulle maniche dietro e due davanti ai lati dello scollo), il massimo della formalità: tre (i tre dietro) oppure solo uno, al centro della schiena. Un altro indice di formalità stà nel modo in cui sono riportati: dipinti, più formale e ricamati (nuitori), meno formale.
Il tipo più formale di stemma è quello dipinto “pieno” o “pieno sole”: hinata mon; è seguito da quello semi delineato o “mezza ombra”: nakakage mon; infine da quello solo delineato o ombra: kage mon. Al fondo della graduatoria, come già detto, quello ricamato (nui mon), che viene usato per ho-mongi e tsukesage ed ha il vantaggio di poter essere tolto e rimesso a seconda dell’occasione.
Testo preso da: http://www.casazen.com



